Momentaneamente merda

Diciamo che voglio pensare sia solo un momento, ma credo proprio che non lo sia. Devo dire grazie a Facebook se oggi sono qui a farmi delle domande. Cioè, diciamolo: quante probabilità ci sono di provare odio profondo verso l’umanità ogni anno, nello stesso identico periodo? Sempre? E comunque? Odio viscerale verso tutto e tutti?

IO POSSO FARLO! A ME CAPITA! E mi capita perchè? Risposta: sono una merda. Punto.

Sono quella che vive lontano dal paese d’origine (vabbè, regione, ma è uguale), compra finalmente casa e riesce a litigare con la vicina senza mai nemmeno averci spiccicato pa-ro-la! Mi spiego: questa già mi odia. Ma odio odio eh! Perchè? Dice non ho ricambiato il suo saluto una volta, mesi fa e quindi basta, sono già finita nella sua lista nera. E tutte queste cose, ovviamente, le so perchè me le ha dette qualcun altro. E questo qualcuno chi è? L’unica “amica” che ho qui, che ovviamente conosce tutti perchè è nata e vissuta nello stesso paesello dimmerda pieno di montanari ignoranti. Il motivo di tutto questo odio mometaneo è giustificato dal fatto che, per l’appunto, SONO UNA MERDA.

Sono quella che fa un lavoro del cazzo ma che stranamente mi piace. Mi piace nonostante la gente sia odiosa a prenscindere e qui lo sia più che in molti altri posti (“montanari ignoranti” – ndr); mi piace nonostante i miei colleghi siano tre finti esponenti del sesso maschile, dato che uno è gay, uno ha una compagna ma “non trombiamo mai” e l’altro non si capisce per quale partito tifi, quindi alla fine quella col bagaglio ormonale maschile più corposo sembra che sia io. E capiamoci: il problema non è la poca virilità, ma la mancanza (probabilmente pure fisica) degli attributi che dovrebbero definire l’uomo in quanto tale, all’interno del tessuto sociale e lavorativo. Mi piace anche se l’azienda ha delle pretese assurde, chiede giustificativi per qualsiasi risultato e sia restia agli aumenti di stipendio. MA DATO CHE SONO UNA MERDA, a Gennaio, dopo quasi due anni e mezzo di fedele servizio, mi sono permessa di chiedere l’aumento ore, roba che all’azienda dovrebbe fare anche piacere, perchè gli si prospetta di pagare meno straordinari. E lo ottengo. Mi dicono che partirà tutto da Febbraio e a Febbraio che succede? Cambiano il referente di zona e bam! Il mio aumento ore? E’ da rivalutare. FORSE NON SONO MERDA SOLO IO.

Quindi è da circa un mese che mi trascino con questo astio tremendo verso qualunque cosa o persona. Ci sarebbero un’altra miriade di piccolezze alle quali vengo sottoposta regolarmente, da questa gente così strana e così ottusa da non cogliere nemmeno il sarcasmo più semplice. Probabilmente la ragione di una mente così chiusa e poco reattiva alle novità e all’evoluzione, è da ricercarsi nella scarsa concentrazione di ossigeno nell’aria…o almeno questa è la conclusione alla quale siamo arrivati assieme al mio compagno, dato che anche lui subisce le medesime angherie sociali (sarcasmo mode: on). Comunque evito di elencare il resto delle meraviglie del Creato che devo subire, altrimenti famo notte.

Odio veramente tutti. Li odio talmente tanto che l’altro giorno, quando ho aperto le finestre della camera da letto e mi sono trovata davanti la vicina affacciata al terrazzo, le ho urlato un bel buongiorno, così, tanto perchè fosse chiaro che di lei e di quello che pensa non me ne fotte tanto e salutare chi ti vive vicino senza continuare a spiarlo da dietro le tende (perchè la vicina fa anche questo: mi spia da dietro le tende di casa sua) con gli occhi pieni di…boh…di cosa? Come si chiama quell’atteggiamenteo guardingo e preoccupato di chi vede qualcosa di nuovo e non ne è felice? Ignoranza l’ho già detto, accetto suggerimenti, comunque dicevo: salutare chi ti vive accanto, altro non è che un segno di educazione. Punto. Poi non ci dobbiamo per forza salutare sempre e magari chiacchierare come dei vecchi amici che non saremo mai. Rispetto. Punto. L’astio io lo conservo per i nemici mortali (e credetemi, ne ho). E se per caso saluti e non vieni ricambiato, ci riprovi, perchè forse la gente non ti ha sentito. La butto lì eh! Poi io, ormai si sarà capito, SONO UNA MERDA quindi le mie parole vanno prese con le pinze.

Sono tornata a casa dei miei genitori per qualche giorno. Dovevano essere solo tre e sono diventati cinque per via della neve. Non avevo avvisato nessuno del mio arrivo perchè sapevo che non sarei riuscita a vedere tutti, se tutti vogliono essere raggiunti e nessuno muove il culo per venire da me. Che in teoria sono io quella che si spara 100km ogni volta e magari eviterebbe pure di doversi ancora mettere in auto per andare da Tizio, poi da Caio e infine da Sempronio. Nessuno vive vicino agli altri, ma nessuno e troppo lontano da me, ma no, no no, no no no, guai a dire sono qui, mi raggiungete e ci vediamo? NO! Siamo matti? I primi tempi, quando tornavo a casa, passavo le giornate a rincorrere tutti, da un lato all’altro della provincia. Alla fine mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta perchè devo sempre muovere il culo io. Insomma, se avete piacere a rivedermi, dopo mesi e mesi, potete muovervi voi, no? Possiamo incontrarci a metà strada, no? NO! Eh, MA LA MERDA SONO IO. Sono io quella che non si fa ne vedere ne sentire. Che merda che sono. Pure la suocera ci si è messa questa volta, così, tanto per unirsi al gruppo di quelli che vogliono La Disf. ma solo se è lei a raggiungere tutti.

Sono davvero, davvero una merda, perchè a me questa cosa di dover inseguire le persone, non va per nulla a genio. Ho sempre pensato che le persone, quando le vuoi, le cerchi e se vuoi che ci siano sempre, nella tua vita, distanza o no, semplicemente le tratti come tratteresti qualcosa e qualcuno a cui tieni. E se ci tieni cerchi di non deluderlo. E non deluderlo vuol dire anche evitare di dire che vuoi vederlo ma solo se ti raggiunge. Adesso, obbiettivamente, basta. Sono evidentemente in quel periodo dell’anno in cui odio tutti di default, mentre i gatti vanno in calore, io odio quelli della mia specie, e la vicina guardona, non mi aiuta, i tre eunuchi con cui lavoro, non mi aiutano, lo stipendio base part time, non mi aiuta, nemmeno l’unica “amica” che ho qui mi aiuta, ora che ho scoperto pure quanto è pettegola. Non mi aiutano il freddo, al neve e la pioggia, o il gatto che ha pensato bene di scappare e non tornare per tre giorni mentre io non c’ero.

E anche se domani è la festa della donna, di festeggiare non se ne parla proprio.

Festeggerò quando finalmente ci sarà il sole e potrò mettermi fuori a prendere la tintarella nel mio cortile. Mentre la vicina mi spia, ovvio. Da vera merda…

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Cover 

Ho il garage pieno di scatoloni. Non ricordavo di essere così ordinata, su ognuna c’è scritto esattamente il contenuto. Una vita intera, in quelle scatole, quella vita che non ho più. E non è solo per le foto che non faccio piu’, o per le persone che ormai sono lontane, ma più che altro per quella me stessa che scriveva “Frizzi e lazzi e compagnia bella” sulla scatola degli addobbi di Natale. 

ADDOBBI CHE NON RICORDAVO DI AVERE!

No giuro. Io son qui che cerco di fare la poetica del ricordo, ma in realtà ho passato il pomeriggio a chiedermi quanta cazzo di roba ho. Avevo. Abbiamo. Insomma, siamo un po’ degli accumulatori seriali, sopratutto di roba di elettronica. Accumulatori nerd insomma. Roba tipo sei o sette tastiere e mouse, non so quanti cavi ethernet e HDMI, CD e DVD di videogiochi e.. che già nella casa nuova sono entrate due (DUE Eh) console e ancora non ho capito come sia successo. Ho ritrovato scarpe che non sapevo di avere e so già che trovero’ ancora vestiti. 

Due anni fa, durante il grande trasloco, avevo dovuto scegliere cosa portare qui, dove la situazione era temporanea, come del resto il lavoro e l’appartamento.Ho vissuto 2 anni e mezzo come dentro ad una scatola, senza spazio. Io che stavo sempre fuori ma che amavo la casa, l’ordine e personalizzare tutto. Bloccata. Finalmente sono libera, almeno in quello. Almeno una parte di me l’ho recuperata (insieme ad un paio di stivali che adoravo e che mi sono mancati un casino). 

Alla fine la me stessa di qui è solo una versione rivisitata, un adattamento, una cover dell’originale, ma comunque non è male. Questa cover ha aperto le scatole della sua vita e non ha versato una lacrima. Brava.

Le foto di una vita insieme che non piacciono più, dove io sembro una bambina e lui… beh, lui e’ molto meglio adesso.

“Amore cosa dici, questa foto tua la appendiamo o ne facciamo un’altra adesso che sei dimagrito?”

– “Butta via quella roba!”

Bene. Anche la sua, di cover, non è male. Tanto se lo scorda che butto via le foto. Anzi, non vedo l’ora di riempire le pareti e di rifarmi di questi due anni e mezzo di prigionia, durante i quali, se sono sopravvissuta, lo devo al mio carattere di merda, al mio lavoro, ai soldi che ne ricavo e alla persona che mi ha permesso di scrivere questo post dal MOLESKINE SMART WRITING SET. Solo lui poteva studiarsi il modo di farmi avere una cosa che non mi serve ma che è troppo bella per non giocarci. Ed è una metafora che preferisco continuare a capire solo io… 

Se son fiori…

Circa tre anni fa (ormai) mi ero lasciata commuovere da una povera orchidea bianca, mezza rinsecchita, esposta in un angolo dimenticato da Dio di un piccolo centro commerciale. Era rimasta solo lei. Io ero pure disoccupata e non c’avevo una lira extra in tasca, dovevo fare la spesa coi soldi giusti giusti, ma me la sono portata a casa. Ho cercato di dedurre, da come faceva mia madre con le sue, la soluzione per darle una chance, e alla fine, quando anche l’ultimo fiorellino rinsecchito era caduto, e non restava altro se non uno stelo e una foglia, l’ho travasata e messa in bagno. Sulla lavatrice. Il mio compagno mi prendeva in giro perché ci parlavo (con l’orchidea) ogni volta che mi sedevo sul cesso. Ero l’unica a credere che ce l’avrebbe fatta. Intanto sono passati mesi e mesi. Nel mentre il lavoro non arrivava, la vita era un casino, ma sedermi in bagno e guardarla mentre spingeva a fatica fuori una fogliolina mi faceva sentire che almeno qualcosa stava funzionando. Finché un giorno, finalmente, uno dei suoi timidi bocciolini ha cominciato a schiudersi. Era fine febbraio. Quella sera stessa il mio compagno rientrò a casa e iniziò la discussione con “se ci fosse lavoro per me in Lombardia”. Quel giorno la vita è cambiata e sono cambiata sopratutto io (e l’orchidea è andata da mia madre). Tuttora non mi riconosco nemmeno, ma sono abbastanza sicura di poter piano piano tornare me stessa, seppur lontano da casa. Sono arrivata qui e sono successe molte cose, con persone che wow….io non pensavo esistessero. Ho scoperto che socialmente la mia misantropia è sempre stata colpa degli altri. A dire la verità l’ho sempre detto, ma nessuno mi credeva mai…

Perché faccio questo discorso? Perché avevo lanciato un proclama nel tentativo di farmi regalare una nuova orchidea, per inaugurare tutto ciò che di nuovo inizierà nella casa che finalmente abbiamo comprato per noi, ma nessuno m’ha cagata de striscio. Quindi me la sono comprata, l‘orchidea, pensando “speriamo che non capiti dinuovo qualcosa di esagerato”. Ma così, senza malizia, giuro. 

E invece……non si può mai stare tranquilli eh…..

Ah ah

Ultimamente mi rendo conto di essere una palla al piede. Per me stessa. 

Mi alzo la mattina e per qualche secondo sono convinta di essere ancora a casa mia. Sento addirittura l’odore del mare. Poi mi giungono i bestemmioni in dialetto lombardo dalla finestra che da sul vicolo, dove si ritrovano i pensionati della zona, è torno a spalle basse alla realtà. 

Ho poca voglia di lavorare perché l’ambiente è diventato insopportabile. Io che ci tenevo tanto ad andare daccordo con tutti, ho mandato a fanculo la metà dei colleghi solo nell’ultimo mese. Non ho voglia di essere gentile. Non ho pazienza ne voglia di farmi prendere in giro facendo finta di non essere permalosa. SONO PERMALOSA. 

Ho avuto il mio compagno a casa in ferie per una intera settimana e non ne sono stata felice. Mi dava fastidio. Mi sballava gli orari. Lui era sveglio e annoiato, io stanca e scazzata.

L’unica amica che posso chiamare per fare qualcosa, senza un preavviso di una settimana, è in calore, quindi non ha tempo per me, perché fa la babysitter, porta in piscina i figli degli altri, o accompagna a fare le commissioni le future mamme. Ancora non ho capito se è scema o se proprio non si rende conto di quanto la sfruttino per questo suo momento di desiderio ossessivo di maternità. Quindi io sono per lo più sempre da sola. Solo che prima di trasferirmi qui, la solitudine non mi era mai pesata. Stavo troppo bene con me stessa e le mie cose da fare. Qui no. Qui quando sono sola, lo sono davvero. 

E mi guardo alla specchio e un po’ non mi riconosco più. Ho paura del mio carattere, perché se tornassi ad essere la misantropa di una volta non saprei più trovare pace. Vivere qui mi ha standardizzata ed è la cosa che più mi fa girare i coglioni. Poi pianto su delle menate per faccende che non mi avrebbero toccato nemmeno quando ero al liceo, mi chiedo quando cazzo ho intenzione di crescere pure io e mentalmente mi rispondo “MAI”

Volemuse bene

Non so perché non c’ho pensato ieri, cribbio. Era la Festa Internazionale del Bacio e non ho avuto nulla da dire. L’ho lasciato iniziare e finire così, con un stupido post su Facebook, pieno più di pigrizia che d’altro, e basta. 

In verità sul bacio ne avrei talmente tanto da dire da riempirci tre protocolli, come a scuola, io che sono stata la tardona delle tardone in tutto è che sul sesso non ho mai fantasticato più di tanto. Il bacio per me fa la differenza tra un bel momento intimo potenzialmente indimenticabile e l’attacco di un boa immerso nella bava che cerca di soffocarti. Così, tanto per essere soft.
Avevo 15 anni la prima volta e lui ovviamente era un 18enne già bello che navigato. Gli piacevo senza capire perché. Tremavo come una foglia. Ha pazientato una mezz’ora buona prima che mi venisse il coraggio di porgergli la bocca. È stato un tesoro, ha atteso pur sapendo che tanto sarebbe cmq successo e che quella fredda sera di novembre, in quel momento, saremmo stati solo lui ed io. Ed il lampione malconcio.

Un bacio sotto un lampione possiamo flaggarlo tutti, credo. 

Sono poi rimasta anni senza avvicinarmi così tanto a nessuno, proprio perché il bacio è quel qualcosa che se lo vuoi da me te lo devi guadagnare.

Ho avuto una serie di baci dati solo per passione, di quella che ti scollega il cervello. Belli. Sono baci bellissimi, ma fini a se stessi. Poi ne ho avuti alcuni inaspettati ed altri inevitabili. E sugli inevitabili io ci farei un film. Due persone che si conoscono e si piacciono. Non sanno nemmeno perché, ma sono attirati l’uno verso l’altro, tanto da rendere vani i tentativi di ignorarsi. L’Universo, si sa, fa in modo che le cose accadano se devono accadere. Lo dice pure Murphy. Due persone che cercano di passare del tempo assieme facendo finta di nulla, nella più totale e inspiegabile intimità che si crea così, dal semplice andare in bagno con la porta aperta. E ci ridono e ci scherzano sopra per esorcizzare la cosa, sperando che togliendole importanza diminuisca anche la potenza. Ma niente. Alla fine arriva il giorno che le calamite non stanno più lontane. Non c’è forza opposta che tenga. Alla fine i due si arrendono ed è bellissimo. Arrendersi al bacio che forse era meglio non darsi ma che sarebbe stato un peccato perdersi. Sono momenti, alla fine, che vanno vissuti per quello che sono e basta. E dobbiamo forse tutti capire che, al mondo, esiste per ognuno di noi una persona che ci attrarrà sempre per motivi che non possiamo capire, ne controllare. Nulla che ci porterà a prendere una casa in affitto insieme, poi a fare il mutuo, il matrimonio e i figli, no. Solo un momento da Ricordare, stupendo, di due persone che si sono desiderate tanto da non riuscire a stare lontane neanche volendo.
Poi c’è stato ancora un bacio, quello che considero forse uno dei baci più dolci e significativi della mia vita, dato in macchina, una vecchia Renault scarcassata, parcheggiata sotto casa. Mi ricordo in totale preoccupazione, perché ero già grande, e avrei dovuto avere più esperienza e consapevolezza in quello che stava accadendo, invece non sapevo cosa fare. Non tanto in quel momento preciso, ma dopo. 

L’ho guardato chissà con che occhi e gli ho chiesto: “E adesso?” – come i bimbi quando rompono qualcosa e non capiscono perché. Lui, senza manco pensarci più di tanto, mi ha preso il viso tra le mani e mi ha risposto nella maniera più semplice del mondo: “E adesso vogliamoci bene”. 

E niente, deve avermi convinto, perché andiamo avanti a volerci bene da allora….

Sacrificio

Sono sul treno che mi riporta nel posto che non posso ancora chiamare casa. Lì ci vado solo per lavorare e per cercare di creare una vita migliore di quella che avevo a casa. Quella vera. 

Sono stata una settimana da sola. Solo io, la gatta, il pappagallo di mio padre, i suoi canarini, il giardino, l’orto. Per una settimana praticamente ho diviso equamente il mio tempo tra annaffiare i pomodori che poi mio padre chi lo sente, curare gli animali e andare a spiaggia. Sarò uscita due volte la sera. Sapevano tutti che ero a casa, che ero sola, che avevo da fare, ma vi assicuro che non ho visto nessuno bussare alla mia porta per il puro piacere di salutarmi dopo tanto tempo. Io non mi sono mossa da quelle tre quattro cose/persone/animali che rientrassero in una ragionevole distanza raggiungibile in scooter. Non ho sacrificato il sonno per nessuno che non fosse un pennuto o un animale di altro genere. Sono andata a spiaggia tutti i sacrosanti giorni quando cazzo ne ho avuto voglia e no, non ho rinunciato alla spiaggia nemmeno per mia sorella, che voleva risolvere in un unico giro al centro commerciale l’incombenza di passare del tempo con suo figlio, sua madre e me. Sto chiusa in un centro commerciale tutti i sacrosanti giorni da più di un anno. NO. 

Mi alzavo, facevo quello che dovevo fare in casa e andavo a spiaggia. Rientravo, facevo quello che dovevo fare e poi stavo lì, con la mia gatta che non mi ha mollato un secondo per otto giorni. Alla fine eravamo sempre io e lei, lei ed io. E stavo bene così. Per vedermi bastava raggiungermi, e non chiedermi di uscire di casa alle 23:30 passate come ha fatto ieri sera, perché in otto giorni non ne ha trovato uno per venire a stare un po’ con me, ergo DOVEVO andare io da lei. Alle 21:30 ero già brasata sul divano, cotta dal sole ma felice, coi miei genitori rientrati dalle loro vacanze la sera prima e che volevano stare con me che poi dovevo ripartire. O meglio: avrebbero voluto, ma si sono addormentati pure loro.
Questa vacanza qui me la sono goduta proprio perché ero da sola e non dovevo fare altro oltre quello che mi andava di fare. Non lo so, mi è un po’ passata la voglia di andare in contro a tutti, come se mi fossi messa da parte per troppo tempo. 

Ora che devo tornare alla routine, cerco di non guardare il mare dal finestrino perché ho voglia di scendere, tornare indietro con un altro treno e passare qui un altro mese almeno. Anche se qui non ho più nulla a parte la mia famiglia e il mare, anche se mi manca il mio compagno, anche se una sera ho passato un ora su Skype con chi non è riuscito a state nemmeno due giorni senza potermi raccontare due cavolate guardandomi in faccia. 

Lo so che è solo nostalgia, però cazzo….

Stress non amour

Alla fine mi sono dovuta decidere perché ecco, sì, io ogni tanto me lo scordo che ho superato i trenta e ci sono cose che devo fare per il mio benessere. Tipo farmi vedere da un ginecologo. 

Ecco, ancora non avevo iniziato la ricerca dello speleologo della vagina qui, troppe altre cose a cui pensare, però il mio corpo mi ha detto “oh, va che magari è il caso, non è che ti puoi fare tutti i mesi due cicli di salasso e dare sempre la colpa allo stress”. Eh. No. Non posso. Così mi sono armata di whatsapp e ho cominciato a chiedere a quelle quattro persone in croce che conosco qui, da quale illustre luminare da poter pagare in oro potessi andare a farmi controllare. IL NULLA. 

Non una, dico UNA, ma UNA donna di età compresa tra i 25 e i 35 anni che sapesse dell’esistenza di un ginecologo entro un raggio di 10km da loco buio e desolato dove viviamo. 

1) “Il mio è a Fanculo (80km), ma riceve anche a Sticazzi (60km)”.

2) ” No ma io vado a Putenberger (40km), ma tanto non ci vado quasi mai”.
Finché mi rompo le palle delle manie esterofile che hanno le donne di qui e cerco su internet. E una ginecologa la trovo. A 10 minuti di macchina. Cristo. ESISTE, C’È. Perché dovete andare tutte oltre frontiera per farvi fare un controllo si routine? Al che il primo pensiero è stato non sarà brava. 

No. NESSUNO SAPEVA DELLA SUA ESISTENZA. 

E lei è lì, comoda. E voi vi fate un ora e mezza di viaggio poi 150€ di parcella PERCHÉ? La domanda è retorica, eh.

Però questa al telefono non risponde. Mai. Tre giorni a chiamarla, ma niente. Al che l’amica di una amica di una collega del mio moroso mi da l’alternativa, pure quella vicina, pure quella ignota ai più. Bah.

Chiamo e ha tutto pieno per le prossime tre settimane. Non una, due, TRE. Allora non è così ignota….tento di fare un po’ pena al telefono col segretario (UOMO) per farmi ritagliare un angolino di visibilità magari prima di Pasqua, che sai come, magari sto morendo dissanguata e non lo so. Ma niente. Prendo l’appuntamento TRA UN MESE e somatizzo. Cazzo devo fare. 

Il giorno dopo mi manda un SMS (UN.SMS) l’ignota dottoressa vicina vicina. Si scusa della irreperibilità e mi chiede “ti può andare bene dopodomani?” 

 E dopodomani era oggi. Ed io ero lì in anticipo. E lei era in ritardo. Come nella migliore tradizione dei medici ginecologi. Non importa che siano vagina muniti, glielo insegnano proprio alla facoltà di medicina e chirurgia, “tardare, tardate sempre almeno 10 minuti, così vi smaltite quelle che non sono urgenti che se ne vanno per sfinimento”. 

Trovo però una ragazza della mia età, forse poco più, molto gentile. Le faccio la mia rapida anamnesi e finita quella mi fa la domanda. Quella. HAI FATTO IL TEST? 

No.

MA NEMMENO PER SICUREZZA?

No no. 

Tieni il bicchiere, vai in bagno, lo facciamo adesso”.

 Mi piace la certezza matematica che permane tra due donne, quando si chiede di fare la pipì senza preoccuparsi se scappa o meno. Appurato che il mio NO era una certezza altrettanto matematica, inizia la visita. Solita, odiosa, fastidiosa visita. Cerco di guardare lo schermo della eco, ma non riesco nemmeno a capire dove lei veda le ovaie. Però ha detto che ci sono. Stanche, ma ci sono. Quindi tutto a posto, fondamentalmente mi dissanguo da un mese solare per lo stress e le ovaie stanche. E okkey. Passi avanti.

Mi prescrive una pillola e speriamo insieme che non faccia la fine delle altre tentate in passato. Ma quando le chiedo cosa fare con questa confusa ciclicità del tutto, su come cosa dove calcolare, visto che non ci sto capendo niente, se secondo lei posso considerare questa cosa, magari non normale, ma casuale lei, che non lo sa, perché NON PUÒ SAPERLO, mi guarda e mi dice che sì, in effetti il mio ciclo è DISFUNZIONALE. 

Al che nel mio cervello parte la sigla di Demo Morselli, la scimmietta suona i piatti ed io quasi le scoppio a ridere in faccia. 

Se non è coerenza la mia….eh? 

(Ora devo ricordarmi di disdire l’appuntamento preso con l’altra, uhmmmmmm…….)