#maiunagioia

Della gravidanza ho sempre avuto una idea precisa, frutto del mio essere una cinica misantropa di merda. Ho sempre cercato di immaginarmi in questo momento e l’ho sempre rimandato perché non sono una che ama le trappole, come le sorprese. Amo studiare le cose, capirle nei pro e nei contro e sopratutto amo sapere come e quando una cosa può essere interrotta quando diventa insostenibile.

Ecco, la gravidanza, da questo punto di vista, è un po’ l’anti-me. La gravidanza, quando la cominci, tu non lo sai, ma sta già cominciando a mangiarti dentro. Prende i tuoi spigoli e li smussa, ‘sta zoccola, quegli spigoli che tu amavi tanto, che ormai evitavi da una vita o che da una vita ti hanno tenuta al sicuro. No! Basta! Fine! Mo, tesoro mio, tu cambi anche se non vuoi. Porca troia, non riesco nemmeno a spiegarlo il nervoso che provo. E non è solo perché continuo a stare male, a dover mangiare ogni due ore, a ruttare come uno scaricatore di porto e pisciare come un materasso ad acqua che perde. Non è nemmeno per la pancia che ora si vede, per il mio bellissimo ombelico che si sta piano piano ribaltando o per i test del primo trimestre che amano darti delle belle notizie per poi ricordarti che “ambasciator non porta pena”.

La verità è che c’è stato un attimo, dopo aver chiesto all’uomo bbq cosa cazzo ci era venuto in mente di prendere una casa a due piani, in cui mi sono guardata allo specchio, con una mano sempre appoggiata alla bocca dello stomaco come manco Napoleone de noi altri, in cui ho capito che non sarei più stata sola. Con me stessa. Mai più. Che anche se sono in bagno, seduta sul cesso, siamo io e lui (sì, volevo una bimba, ma a quanto pare il testosterone ha vinto). Che anche se sto passando dal divano al terrazzo a stendere mentre ascolto la mia playlist, siamo io e lui. E mi è mancato il fiato. La trappola, eccola lì. Io sono qui che presto il mio corpo alla vita altrui. Bello eh, detto così. Ma ‘sta cosa mi inquieta.

Forse, se avessi avuto fin’ora una gravidanza tranquilla, sarei diversa. Come quelle che di figli ne fanno 3 4 5…non siete masochiste, vero? Voi avete avuto solo un po’ di nausea, poi ve la siete goduta e siete arrivate al travaglio belle sorridenti e felici, ne?

Io, ogni giorno, mi sento dimezzata. Io, che sono abituata a fare mille cose, ogni giorno, io che odio procrastinare. Odio stare male. Anche se è per mettere al mondo questo piccolo rompicoglioni salterino, odio stare così. Non mi piace. Sono una persona orribile? Non mi dite nulla di nuovo.

Una come me, sempre riflessiva e deduttiva, che si ritrova in una condizione di disagio fisico perpetuo, dove pure il raziocinio va a vacillare, IL MIO RAZIOCINIO, per Dio! Addio, ciao. Andato.

Meno male che ci sta pensando l’uomo bbq a fare la lista nascita, perché tutto quello che riesco a fare io è aspettare il momento in cui smetterò di avere la bocca dello stomaco più gonfia dell’utero.

Che sono disfunzionale già si sapeva, sì?

Spring break

È andata più o meno così: un giorno, l’uomo bbq ed io, circondati da coppie di amici più giovani che continuavano a procreare a fatica, tra mille tentativi e fecondazioni assistite, ci siamo fermati un attimo a ragionare sul da farsi. La colpa è anche della pandemia e della reclusione forzata, dove persino io, che ho sempre avuto una marea di interessi e che ho sempre voluto fare un sacco di cose, mi sono ritrovata, senza troppi giri di parole, in carcere. Un carcere emotivo che mi stava tramutando in bestia.

L’unica nota realmente positiva, di questa mia metamorfosi da disfunzionale a bestia, è che per la prima volta, in 37 anni, sono riuscita a fare un discorso serio ed emotivo con mia madre. Mia madre, quella splendida creatura mitologica che mi ha messo al mondo con tanto amore ma senza mai capire realmente un cazzo di come sono cresciuta a livello emotivo. Io, forse perché mi hanno fatto studiare mentre a lei non è stato concesso, ero sempre un po’ oltre, ero (e sono) quella che analizza le cose, le capisce sotto diversi aspetti che i più ignorano, sento le cose per quello che sono ma anche per quello che potrebbero essere. Solo che vivere così è uno schifo, perché una mente che fatica a fermarsi fa anche fatica a trovare la pace. E qui, arriva la bestia.

Però è successo che un giorno, al telefono, ormai unico mezzo per comunicare con la famiglia, ho provato a spiegare a mia madre come mi sentivo da diversi mesi, il senso di vuoto, di prigione, come se nella vita avessi già fatto tutto quello che c’era da fare di interessante per me e di come temevo che non ci potesse essere altro. E lei ha capito. Non so come abbia fatto, ma ha capito. Ha capito di aver messo al mondo una figlia che è stata frenata dalle circostanze in ogni momento della propria vita, che ha strappato via all’Universo, con le unghie e con i denti, ogni singolo momento felice, ogni soddisfazione, ogni vittoria, finché si è potuto. Così è riuscita a dirmi finalmente una cosa sensata, una frase che non vuol dire un cazzo ma che per me ha avuto un senso, ovvero che, prima o poi, si arriva ad un punto della vita dove si vede la luce e si capisce come continuare a vivere senza la speranza che succeda sempre qualcosa di speciale. La pace dei sensi, insomma. Quella calma che io immagino sia appannaggio dei pensionati.

Tornando al da farsi, presa ormai da questa mia nuova consapevolezza da futura pensionata (ridete pure, tanto la mia generazione la pensione se la scorda) ho pensato che non avrebbe fatto male a nessuno provare a vedere se la Natura fosse ancora d’accordo. Così, giusto per non morire col rimpianto di non averci manco provato. Al massimo ci prendiamo due gatti, abbiamo pensato. Noi, ormai sincronizzati sull’idea che la Natura sa quel che fa e che se una cosa deve accadere, accadrà e non ha senso forzare le cose.

E avevamo ragione.

Mi dispiace, davvero tanto, per tutte quelle coppie che fanno di questa faccenda dei figli una croce, un obbligo, un LO VOGLIO imperativo categorico. Mi dispiace per quelle ragazzette ancora minorenni che sudano freddo davanti al ciclo che non arriva, mi dispiace per quelle donne che vedono sfumare le speranze mese dopo mese, mi dispiace ancora di più per quelle che spendono soldi per torture ormonali per raggiungere il loro scopo. Vorrei poter dire che vi capisco, davvero, ma non ci riesco.

Riesco solo a rispettarvi e a chiedervi scusa, perché io non ho mai voluto un figlio, non l’ho mai bramato, non è mai stato un chiodo fisso, un obbiettivo da raggiungere, un tassello mancante. Ho sempre pensato che avere dei figli dovesse essere una cosa naturale, che non dovesse essere troppo complicato, altrimenti forse la natura sta cercando di dirci qualcosa, ed ho avuto ragione. Perché quel piccolo alien grosso come un fagiolino ha deciso di insediarsi praticamente subito, e se n’è altamente fregato dell’età avanzata, dell’ovaio policistico, dei fibromi e dei miomi. Ha deciso che ci deve provare e lo deve fare a spese mie, e tutto quello che sono riuscita a fare quando l’ho scoperto è stata ridere, di quelle risate che ti scappano quando leggi una notizia che avevi preventivato da anni, che lo sapevi che quella cosa sarebbe andata così ed è andata esattamente così.

C’avrò i poteri, cazzo volete che vi dica.

Quindi adesso sto facendo anche questa cosa e la sto facendo con una freddezza che non pensavo di avere. Alla prima ecografia ho visto il cuoricino sfarfallare in mezzo a quelle ombre indefinite, e tutto quello che ho avuto da dire è stato : “OK, vivo è vivo…” mentre l’uomo bbq si stava commuovendo sotto la mascherina.

Lo mando già a fanculo almeno 5 o 6 volte al giorno, perché mi sta facendo stare malissimo, mentre io devo andare a lavorare, cercando ancora di fare finta di niente.

Gliene dico di ogni quando mi costringe a mangiare ogni due ore, altrimenti la mia amica gastrite arriva a farmi bruciare persino la gola. La fame ormai non è più un senso di vuoto nello stomaco, ma un dolore fisico.

Guardo l’uomo bbq e gli do le colpe di tutto, mentre cerco di passare l’aspirapolvere e mi devo fermare perché mi gira la testa ed è come se avessi trascinato un masso su da un pendio. E non importa che lui sia diventato un amore di uomo, che mi aiuta in tutto dove può e quando può. Resta il fatto che io non sto bene. Che quando mi chiedono “come va?” vorrei rispondere DI MERDA. Resta il fatto che la colpa è sua. Ecco.

L’ho capito che l’Universo mi sta punendo, l’ho capito che sto pagando lo scotto per una fecondazione naturale semplice e veloce con una gravidanza da bestia di Satana. Va bene. Me ne farò una ragione.

Ma che almeno sia sano.

E, se non è chiedere troppo, che sia femmina.

Zona Rossa docet.

Non so voi, ma per me la zona rossa è oramai uno stato perpetuo. È iniziato l’anno nuovo come se il vecchio non fosse mai finito, sempre a vivere le giornate come se non avessero assolutamente un senso. Ti alzi al mattino, guardi fuori dalla finestra, ti prepari e vai a lavorare. Passi le ore a perdere la fiducia nel genere umano, nella comprensione del testo scritto (e non parlo dei decreti) e speri, nel profondo, che ci sia una fine a questo loop temporale infernale che dura da troppo tempo. Temi di aver fatto di questa vita la tua routine, di scordare come era la vita vera, la libertà, la famiglia.

Avrei tutti i dettami per poter scrivere molto sulle famiglie lontane in piena pandemia, ma non lo farò. Ho visto i miei genitori per un paio di giorni, prima di Natale, ed ho imparato a farmelo bastare. C’è già abbastanza tristezza, senza tirare fuori anche la mia.

Comunque, in questi giorni, con l’ultimo decreto che ci ha nuovamente eclissati in zona rossa, mentre, a casa mia, la mia famiglia vive una ossigenata zona gialla, mi sono ritrovata a rimuginare su quella cazzo di postilla per cui, se hai una seconda casa fuori regione, puoi spostarti per andarci anche se parti da una zona rossa, bypassando quel fottuto divieto che ti dovrebbe impedire di mandare a puttane un anno di accorgimenti di ‘stocazzo per limitare i contagi. Il fatto è che io, davvero, non lo sapevo che quello con la seconda casa fuori regione fosse meno “pericoloso” di quello che fuori regione ha solo la famiglia. Oh, davvero.

E mi sono ritrovata, lo ammetto, ad ascoltare quei sedicenti Cavalieri Neri che, quando si parlava di famiglie lontane e decreti e chiusure, esordivano a sottolineare la maggiore importanza della famiglia rispetto ad un divieto, e a non mandarli più a fare in culo a quel paese che dovrebbe ospitarli tutti e non farli più uscire. Ammetto, avendo sempre seguito le regole anche quando mi creavano un disagio e un malessere che non può essere scritto, che adesso mi girano abbastanza i coglioni, che già mi sentivo presa per il culo prima, quando tutto il vicinato si riuniva coi propri cari perché “sono tutti qui” mentre io restavo sola con la mia routine infernale, ma adesso sono a tappo.

Così, candidamente, mi sono lasciata trascinare in strani pensieri, tipo quelli di me che provo a fare quello che, penso, facciano in molti: fottersene delle regole. Stavo seriamente ragionando sul prendere e andare ugualmente dalla mia famiglia, anche se non si può. L’ho pensato davvero, e per un attimo ho pure capito quella bella sensazione che devono provare quelle teste di cazzo che fanno sempre i furbi e gli va sempre bene. Ho dimenticato la Legge di Murphy, il fatto che con 300km da percorrere all’andata e altrettanti al ritorno, le probabilità di essere fermati e di dover poi sottoscrivere una certificazione palesemente falsa sono abbastanza. Ero quasi totalmente convinta.

Poi, l’altra sera, mentre tornavo a casa dal lavoro durante il primo giorno di rientro in zona rossa, mi si sono spenti i fari della macchina durante il viaggio e ho dovuto rimediare con luci di posizione e antinebbia per non schiantarmi nella notte. Ormai quasi totalmente presa dal mio ritrovato entusiasmo nella fortuna e nei legittimi diritti costituzionali delle figlie lontane dai genitori, a quasi 200mt da casa, ho pensato “dai, sono quasi a casa, è andata bene” e una paletta rossa ha iniziato a sventolare, abbastanza da essere vista anche da una deficiente che stava andando in giro di notte coi fari della macchina spenti.

Quando il carabiniere (meridionale, come nelle migliori barzellette) mi fa notare i fari spenti, stavo pure per rispondergli “grazie al cazzo che me lo dici tu“, se non poi recuperare il mio aplomb da venditrice e dirgli che sì, me ne sono accorta, ma ormai ero in strada e dovevo tornare a casa, quella casa che sta proprio a 200mt, mannaggia.

E quindi, dopo un anno di pandemia, il primo posto di blocco e la prima autocertificazione compilata sono arrivati, come una sciabolata tra capo e collo, proprio quando stavo riscoprendo il mio lato sovversivo mai espresso. Mentre la compilavo, sentivo Murphy nella mia testa che rideva, così forte come neanche quando ha incollato una fetta di pane imburrato sul dorso di un gatto per creare il moto perpetuo.

Arrivata a casa, lo ammetto, ridevo anche io. Sono andata in bagno a lavarmi le mani, bestemmiando col mio compagno perché la sua macchina mi ha quasi fatto prendere una multa, e guardandomi allo specchio, ho detto all’Universo che il messaggio era stato chiaro.

Non lo farò più.

Giuro.

Boh

Lo dico onestamente: ho vissuto gli ultimi mesi come un sogno. I sogni di solito uno non li ricorda mai bene, restano riflessi sgembi e senza senso di qualcosa che succede o non succede, parole sconnesse, sensazioni strane e angoscianti, alcune belle. Ricordo i primi tempi e le ore spese a cercare di tradurre i Sacri Decreti, a decriptare i codici Ateco e a litigare con chi non capiva un cazzo. Me compresa. Ricordo anche la vicina che, una mattina, mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha detto: “Come sei bella riposata!” E grazie al cazzo, non sono andata a lavorare per tre settimane di fila, non ho dovuto interagire col genere umano per 3 settimane di fila e nessuno mi ha rotto i coglioni per 3 settimane di fila. Ci credo che era riposata. Giusto giusto le video chiamate coi miei genitori a 300km mi scalfivano il relax. Mi alzavo ad ore ragionevoli, facevo bricolage, davo l’impregnante a tutto quello che si poteva impregnare e mi è pure girato il pirlo di prendere punta e mazzetta e developpare le piastrelle caccare del cortile per ricavare un’altro pezzo di giardino. La sera facevo addirittura lezioni di fitness e aerobica in streaming con l’istruttore della palestra dove va mia madre, che pure lui sta a 300km. Insomma, me la sono abbastanza cavata. La mia 3/4 cucinava tutto il cucinabile umano e dava una nuova forma ai cuscini del divano. Che poi, diciamola tutta: lui lavorava lo stesso. Ed io praticamente anche, perché mentre smaltivo ferie dovevo tenermi aggiornata su procedure e bla bla bla, così quando fossi rientrata a pieno regime non mi sarei sentita come una ameba fuori dal brodo primordiale.

I mesi sono passati così, con ‘sta cazzo di mascherina demmerda e col gel per le mani che me le sta praticamente brasando, prima a orario ridotto, poi a orario normale, poi si sono resi conto che a lavorare meno ore si risparmiava sul personale e si fatturava di più. E quindi da mesi io scrollo. E quindi da mesi il mio lavoro è raddoppiato, ma non è tanto per dire. È proprio che lavoro doppio. E vengo pagata uguale. Con la scusa del Covid, delle misure di sicurezza, del non si può lavorare in due. Sono arrivata a luglio con gli occhi sgranati e non sapevo quasi più quale era la destra e quale la sinistra. Ho fatto una sola settimana di ferie perché (ironia della sorte) non ne avevo altre da poter fare, dato che me le hanno fatte smaltire tutte in quarantena. Il giorno prima della partenza ci si è bucato un pneumatico. Ed ovviamente il giorno prima della partenza per le ferie era un sabato. Ed ovviamente non siamo partiti prima di lunedì mattina, di conseguenza a me è venuto su un pianto isterico tipo bambinetta disperata perché la mareggiata le ha distrutto il palazzo di Barbie fatto di sabbia che ci aveva messo ore ed ore a reggere faticosamente sul bagnasciuga.

Il mio compagno mi ha guardata con gli occhi dell’odio, ma lo ha fatto solo perché a me, in quanto donna, è permesso farsi venire una crisi isterica con pianto annesso, se serve. A lui no. Almeno una gioia, lasciamela, no?

Siamo tornati dalle ferie più stanchi di prima ed il lavoro intanto ha deciso di triplicarsi, mentre lo stipendio resta uguale eh, nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo. Intanto io ho sviluppato il dono dell’ubiquità e sono diventata il muletto dell’azienda. Che già lo ero prima delle ferie, ma dopo è stato come se me lo avessero scritto nero su bianco e recapitato tramite raccomandata A/R a mie spese. Così oggi, dopo essermi resa conto che ho passato le ultime 3 settimane senza essermi nemmeno resa conto dell’esistenza del concetto stesso di Settimana, quale spazio temporale che va dal lunedì alla domenica con due giorni di riposo (o uno se sei muletto) e dopo aver appreso che il prossimo mese potrei effettivamente non arrivare viva a ferragosto, ho deciso di togliermi un attimo la bardatura da muletto ed esporre le mie ragioni. Ho preso il mio superiore e gli ho detto “Oh, insomma, lo sapete che io a lavoro sono un mulo, ma adesso mi dovete dare un attimo di tregua perché comincio a risentirne” e mi sono sentita dire che non sto facendo nulla di che. Così ho finito il mio turno e mi sono trascinata a casa e appena superata la soglia della porta d’ingresso sono scoppiata a piangere ancora, esausta, maledicendo tutto e tutti, perché vorrei che il mio lavoro non fosse così fondamentale per poter mandare tutti affanculo alla ricerca di un nuovo muletto. In casa c’era sempre l’uomo che vorrebbe piangere anche lui per gli stessi motivi, ma non lo fa perché è uomo. E gli occhi dell’odio, sempre lì.

Non so se sia peggio sentirsi in trappola in due o sentirsi in trappola in due senza avere nulla da dirsi per farsi sentire meglio a vicenda.

È così che va adesso, e l’unica frase detta all’unisono è che non si capisce cosa abbiamo fatto di male per meritarci di stare così. Boh….

End Game – deliri da ex cinemaniaca

È presto, lo so, per guardare avanti. Non fa bene alla salute mentale di un recluso, sopratutto quando non sa se e quando uscirà di galera. Non va nemmeno bene che io sia qui a pensare a quello che sarà, dato che credo troppo alle Leggy di Murphy per poter essere un valido supporto emotivo in questo periodo, dove bisognerebbe cercare di scovare il fiorellino profumato che cresce in mezzo alla merda più fumante.

E quindi sì, ci sto provando anche io, lo ammetto. L’altro giorno, sul divano (che ormai è la location di quasi ogni scena girata in questa casa) ho guardato il mio compagno e gli ho detto “beh dai, potrebbe andar peggio…potrebbe piovere!” e vuoi non ridere? Di quelle risatine nervose e disperate pregne della consapevolezza che certe citazioni cinematografiche sono per pochi? Eh sì, dai. Perchè in effetti, dopo le sessioni di attesa/ascolto/scaricamento/lettura/interpretazione dei Sacri Decreti, dopo le discussioni su orari di lavoro/chiusure&aperture/cassaintegrazione&smaltimento ferie e permessi ed ovviamente dopo i vaffanculo seminati in ogni prato, nella speranza che ne crescesse qualcosa di costruttivo, alla fine anche io ho dovuto trovare un modo per gestire questa emergenza in qualche modo.

Ho iniziato facendo una marea di ricerche che mi hanno portato solo a farmi altre domande che non trovano risposta da nessuna parte. Il mio bisogno fisiologico di dare un senso alle cose, in questo frangente socio/politico/medico/economico, si deve dare una cazzo di calmata, a fatica, prima di rovinare anche quei pochi rapporti umani degni di essere mantenuti tali. Non posso litigare con le persone senza vederle e non posso vederle per litigarci di persona perchè sono in quarantena, ah! La percepite anche voi? La rabbia che monta? No? Eh sì, lo so che probabilmente è un problema solo mio. Portate pazienza. Sono sempre una disfunzionale misantropa che lavora con il pubblico in piena pandemia, e aver dovuto spiegare alle persone che devono stare dietro la linea, che non devono presentarsi al mio cospetto tre volte al giorno per delle minchiate e che se mi vengono a raccontare che era meglio la guerra di questa pandemia li ammazzo direttamente con le mie mani, la situazione non ha di certo aiutato il mantenimento del self control.

Comunque, alla fine, al grido di “SMALTIAMO TUTTE LE FERIEEEE!!!!” sono a casa anche io. Quindi le giornate devo farmele passare in qualche modo.

Dopo aver divelto mezzo cortile per allargare il giardino ma aver dimenticato che la discarica è inaccessibile e le macerie del mio delirio rimarranno qui fino a data da definirsi, dopo aver fatto bricolage coi mobili, giardinaggio e sedute live di ginnastica da Navy Seals, finisco sempre e comunque sul divano, col mio compagno, a guardare un film. Mi ammazzo di film. Che è una cosa che facevo già prima, solo che la facevo con meno sentimento. Poi diciamolo, Disney+ non poteva arrivare in un momento migliore. Erano circa 30 anni che non cantavo la sigla di Duck Tales (uh uuuuh uh!), è stato un bel momento. Ma sopratutto qui siamo in due drogati dei film Marvel e ce li stiamo sparando a ripetizione. Oh, non mi lamento eh. Solo che i film belli, quelli che quando finiscono ti fanno sentire bene, fanno riemergere il mio bisogno di risposte e sono un pò troppo vecchia per trovarle nei film sui super eroi, ma tant’è…

Memore sempre delle Leggi del caro buon vecchio Murphy, se c’è anche solo una possibilità che qualcosa vada male, andrà male. E fin qui direi che ci siamo: virus non meglio identificato, poteva essere una semplice influenza?No, scherziamo? Poteva rimanere circoscritto all’origine dando il tempo di studiarlo e trovare una cura? No, troppo facile. Non chiedetemi perchè, ma per me questo virus è un pò come Thanos. Vuole sterminare metà della popolazione e ce la sta facendo molto bene, direi. In tutto questo c’è chi lotta con tutte le armi a disposizione per contrastare l’inevitabile (gli Avengers), molti di loro periscono, fa parte della guerra per la sopravvivenza. Il Dott. Strange alza il dito, e lui maledetto lo sa che c’è un solo modo per vincere, ma non lo dice.

Quindi noi siamo sempre qui, a contare i minuti, le ore, i giorni, e le vittime. Facciamo videochiamate su Skype per sentirci meno soli ma non serve. Andrà tutto bene come? Cosa andrà tutto bene? Se e quando tutto questo finirà, come si fa a dire che andrà tutto bene? Un paese decimato, strizzato e compresso in se stesso, con l’economia che già era in ginocchio prima e che dovrà uscire a mani nude da un fossa buia e profonda. Come. Cosa. Io ho bisogno di saperlo. Non ce la faccio ad essere ottimista se non vedo altre luci oltre quella del sole primaverile che filtra dalla finestra. Le uniche certezze che ho al momento sono la noia, l’ansia costante e l’anziano di turno che uscirà di casa nonostante tutto. Quindi sì, lo so anche io che l’ottimismo è meglio, ma qualcuno me lo deve giustificare. Non tiratelo fuori come un coniglio dal cilindro, perchè quello è solo un trucco.

Se c’è davvero una e una sola possibilità per uscire vittoriosi da questo girone infernale, vorrei tanto sapere quale cazzo è.

Non c’è mai un Tony Stark quando serve…

 

 

 

 

 

Uguale proprio

Evitando la risposta da ginecologo se fai figli, ti sistemi, stavo solo riflettendo sul fatto che non c’è modo di sfuggire a questa cosa del dolore. Ogni 28 o 30 giorni che siano, da anni, è sempre lì. Più o meno forte, ma c’è. E se non è dolore è quel senso di spossatezza, pesante come un macigno, oppure è la testa che gira e vedi le stelle, o l’intestino che erutta come lo Stromboli. Ormoni, magnesio, rimedi naturali…pure lo yoga, ma niente. NIENTE. Non funziona niente. Quel dolore lì è una piaga che ha come unico rimedio una condizione che poi darà altri mille mila problemi da altre parti. E allora però che palle eh, essere donna. Avere la botta di culo di star male nel proprio giorno di riposo e di poter morire sul divano in pace, non compensa la sfiga di non poter semplicemente far passare quei giorni come se fossero parte del tutto. E vaffanculo però, non è giusto stare male così.

Come può ancora la gente meravigliarsi di certe reazioni, quando stai male ma per gli altri è normale che sia così?

POI

Anni fa, le mie giornate erano incastellate da chilometri e chilometri giornalieri di strada da percorrere. Ogni giorno. Salivo in macchina e guidavo, a volte per più del tempo che ci sarebbe voluto per andare dove dovevo andare. L’unica cosa bella era la musica che mettevo a tutto volume. Lo facevo volutamente, perché sapevo che da fuori si sentiva lo stesso, sapevo che mi avrebbero vista in macchina a sbraitare da sola come un’idiota e non me ne fregava niente. Conoscevo quelle strade a memoria, pure la macchina le conosceva, che quasi frenava e scalava da sola.

Avevo tanto tempo per pensare, all’epoca. Pensavo a tutto e a niente, mentre il sole sorgeva all’orizzonte alla mia destra, quell’orizzonte immerso nel mare che mi manca tanto. E quando tramontava alla mia sinistra e la coda in strada era quasi scemata, la musica era sempre lì, nelle mie plays list vecchie come il cucco, ma che contengono la musica migliore degli ultimi 100 anni. Per un periodo ricordo di essere salita in macchina e di aver pianto dall’inizio alla fine del tragitti fino al lavoro. Piangevo senza nemmeno sforzarmi, quei goggioloni maledetti scendevano pesanti e implacabili, senza che potessi fare nulla per rimediare. Ero triste e sapevo perché, ma non sapevo come fare per stare meglio. Nessuno mi dava retta all’epoca, me lo ricordo bene, e per questo i lacrimoni erano sempre più pesanti, ma cantare a squarcia gola, nella mia piccola macchina mi faceva sentire un po’ meglio.

Poi.

Poi sono successe una sacco di cose. Così tante cose che non ho più avuto il tempo di piangere, o di essere triste così tanto da giustificare i lacrimoni senza motivo apparente. Anche la guida non è più quella di una volta, perché i miei spostamenti sono sempre brevi e rigorosamente sempre gli stessi. Ho relegato i viaggi lunghi al treno, che per una misantropa come me è decisamente l’anti-agio. Il sole qui non si vede mai né sorgere né tramontare. Il mare non si sa cosa sia. Niente sembra fatto per aiutare una come me nell’introspezione dell’anima. Chi cavolo lo ha il tempo di mettersi a fare discorsi profondi su se stessi, adesso…

Oggi però era una bella mattina di quasi primavera, il sole c’era e si sentiva e già con la luce e gli occhiali da sole – o meglio: con così tanta luce da giustificare addirittura gli occhiali da sole – una come me si sente meglio. Ho preso quella enorme pianta grassa che il mio amur ha scelto come auto e ho imboccato la statale per il mio viaggetto di 40 minuti buoni in mezzo ai campi concimati, i prati a pascolo e le montagne. Le montagne sono ovunque qui, te le trovi a destra e a sinistra, davanti e dietro. Stanno lì, con le loro cime ancora innevate, a nascondere quasi tutto il cielo. Eppure ho acceso la radio, sincronizzato il Bluetooth e ho cantato a squarciagola per tutto il tempo, con un sorrisetto ebete che ancora non mi spiego. Ho fissato per qualche secondo una di quelle vette innevate, che a me sembrano tutte uguali, sperando di trovarci qualcosa che mi facesse lo stesso effetto rilassante del mare, quella sorta di effetto placebo alla pace interiore, ma non c’è proprio un cazzo da fare, io non lo capirò mai cosa ci trova di bello la gente di montagna. Sono una di mare e resterò per sempre una di mare. Anche se mi trasferissi nella pianura padana o a Milano, lì mancherebbe sempre il mare. E mentre cantavo come un’idiota, ho capito che questa parte di me, quella che canta le canzoni più belle della storia, quelle che quasi nessuno conosce, mentre cerca di trovare qualcosa di più bello del mare senza trovarlo, vorrei poterla trasmettere a quella ipotetica figlia che forse un giorno avrò. Forse queste sono le cose che mi piacerebbe trasmettere a quella sfortunata creatura che magari, un giorno, se ancora la natura sarà d’accordo, si ritroverà a condividere i miei geni.

Altrimenti mi terrò tutto. Del resto ci sono cose di noi stesse che non è proprio possibile condividere senza perdere qualcos’altro.

Breve storia triste (mica tanto)

A casa si vive bene ma non c’è lavoro. Il lusso di poter andare a vivere all’estero non lo si ha. Ci si trasferisce in un’altra regione e con un po’ di pazienza il lavoro si trova. Il tempo che almeno un contratto passi a indeterminato e si prova a chiedere un mutuo, perché è stupido continuare a buttare lo stipendio per qualcosa che appartiene a qualcun altro. Il mutuo alla fine, alla mille millesima banca, te lo danno. Trovi anche la casa, ma prima dell’atto i venditori si tirano indietro. Trovi cmq un’altra casa che va bene uguale, un po’ meno moderna ma, insomma, hai I prossimi 30 anni per sistemare quello che c’è da sistemare. E firmi. E cominci la vita di coppia, quella vera. Solo che hai già superato i 30 da mo, attorno a te i coetanei sono discretamente benestanti, viaggiano molto, fanno viaggi in posti incredibili, fanno figli, si lamentano che sono stanchi, che per far quadrare tutto hanno dovuto chiedere aiuto ai genitori o fidi in banca. Li guardi andare via sulle loro auto da 50.000 euri e le madonne scendono copiose. Insomma, non bisogna ne essere invidiosi degli altri ne tanto meno giudicare, però a fanculo, con quella macchina lì, ci potete andare benissimo. Al che pensi che ok, sei un po’ indietro rispetto agli altri, ma hai superato certi scogli che, oh, non è mica da tutti stare ancora in piedi. Pensi alle rinunce fatte, alla fatica, alla famiglia lontana, realizzi che nessuno di loro, qui, può capire la tua vita perché nessuno di loro, qui, ha affrontato qualcosa di simile. Qui stanno tutti bene. Qui a 25 anni sono sposati, hanno almeno un paio di figli, la casa non l’hanno mica mutuata, che scherziamo? Pagata cash. O ereditata. Lei magari nemmeno lavora perché non ne hanno bisogno. Ti guardano strano quando dici che non puoi andare a mangiare fuori per l’ennesima volta perché hai avuto troppe spese, non capiscono proprio. Intanto gli anni passano. E passano. Le giornate si dividono equamente tra lavoro e casa, tempo e soldi per altro non ce n’è. Ma una passione non ce l’hai? Sì che ce l’ho, ma è rimasta a casa mia, con quel che restava del mio cuore di ragazza piena di speranze. Quella passione che è morta il giorno che non l’hai più potuta pagare. E i figli? Eh, i figli. I figli li fai quando li vuoi. E sopratutto quando li puoi mantenere. Nel mio caso, inutile continuare a discuterne, li vedo anche io i like del mio compagno alle foto dei figli degli altri, lo so che lui li vorrebbe, ma io no. Io no perché non saprei cosa fare, come fare. Io sola, qui, in mezzo a estranei. Io senza auto perché non riesco a mantenere anche quella. Io unica dei due con contratto a tempo indeterminato, io che lavoro, io che faccio la spesa, io che penso alla casa, alle bollette, al gatto, io che ricordo le scadenze, io che faccio pure i lavori a casa, do le tinte, carteggio gli infissi e do l’impregnante. Io che aspetto la prossima primavera per ridare l’intonaco nel bagno di sopra. Io che faccio di tutto per evitare di spendere soldi che non ci sono. Io sempre io. Sempre e solo io. Che sono forte e so di esserlo, ma non posso avere sempre sulle spalle ogni cosa. Io che ho un compagno che si spacca la schiena sei giorni a settimana per 11 ore, che anche volendo non c’è, non c’è mai, come fa ad essermi d’aiuto? Io dove la trovo la forza, il tempo e sopratutto i soldi per fare anche tutto il resto? Senza mamma, senza papà, senza zii o nonni, senza sorelle o fratelli, qui, soli contro tutti, ci arrangiamo come possiamo e siamo pure bravi. Fieri di come siamo riusciti a rialzarci,consapevoli di vivere in un limbo, consapevoli che la nostra vita potrebbe anche essere tutta qui, che potrebbe non esserci altro. Che dobbiamo fare? Niente.

Niente. Non è una domanda retorica, non cerco risposte. Voglio solo che non mi si caghi il cazzo mentre cerchiamo di dare un senso alle nostre vite con quello che possiamo avere.

Cordialmente…

Momentaneamente merda

Diciamo che voglio pensare sia solo un momento, ma credo proprio che non lo sia. Devo dire grazie a Facebook se oggi sono qui a farmi delle domande. Cioè, diciamolo: quante probabilità ci sono di provare odio profondo verso l’umanità ogni anno, nello stesso identico periodo? Sempre? E comunque? Odio viscerale verso tutto e tutti?

IO POSSO FARLO! A ME CAPITA! E mi capita perchè? Risposta: sono una merda. Punto.

Sono quella che vive lontano dal paese d’origine (vabbè, regione, ma è uguale), compra finalmente casa e riesce a litigare con la vicina senza mai nemmeno averci spiccicato pa-ro-la! Mi spiego: questa già mi odia. Ma odio odio eh! Perchè? Dice non ho ricambiato il suo saluto una volta, mesi fa e quindi basta, sono già finita nella sua lista nera. E tutte queste cose, ovviamente, le so perchè me le ha dette qualcun altro. E questo qualcuno chi è? L’unica “amica” che ho qui, che ovviamente conosce tutti perchè è nata e vissuta nello stesso paesello dimmerda pieno di montanari ignoranti. Il motivo di tutto questo odio mometaneo è giustificato dal fatto che, per l’appunto, SONO UNA MERDA.

Sono quella che fa un lavoro del cazzo ma che stranamente mi piace. Mi piace nonostante la gente sia odiosa a prenscindere e qui lo sia più che in molti altri posti (“montanari ignoranti” – ndr); mi piace nonostante i miei colleghi siano tre finti esponenti del sesso maschile, dato che uno è gay, uno ha una compagna ma “non trombiamo mai” e l’altro non si capisce per quale partito tifi, quindi alla fine quella col bagaglio ormonale maschile più corposo sembra che sia io. E capiamoci: il problema non è la poca virilità, ma la mancanza (probabilmente pure fisica) degli attributi che dovrebbero definire l’uomo in quanto tale, all’interno del tessuto sociale e lavorativo. Mi piace anche se l’azienda ha delle pretese assurde, chiede giustificativi per qualsiasi risultato e sia restia agli aumenti di stipendio. MA DATO CHE SONO UNA MERDA, a Gennaio, dopo quasi due anni e mezzo di fedele servizio, mi sono permessa di chiedere l’aumento ore, roba che all’azienda dovrebbe fare anche piacere, perchè gli si prospetta di pagare meno straordinari. E lo ottengo. Mi dicono che partirà tutto da Febbraio e a Febbraio che succede? Cambiano il referente di zona e bam! Il mio aumento ore? E’ da rivalutare. FORSE NON SONO MERDA SOLO IO.

Quindi è da circa un mese che mi trascino con questo astio tremendo verso qualunque cosa o persona. Ci sarebbero un’altra miriade di piccolezze alle quali vengo sottoposta regolarmente, da questa gente così strana e così ottusa da non cogliere nemmeno il sarcasmo più semplice. Probabilmente la ragione di una mente così chiusa e poco reattiva alle novità e all’evoluzione, è da ricercarsi nella scarsa concentrazione di ossigeno nell’aria…o almeno questa è la conclusione alla quale siamo arrivati assieme al mio compagno, dato che anche lui subisce le medesime angherie sociali (sarcasmo mode: on). Comunque evito di elencare il resto delle meraviglie del Creato che devo subire, altrimenti famo notte.

Odio veramente tutti. Li odio talmente tanto che l’altro giorno, quando ho aperto le finestre della camera da letto e mi sono trovata davanti la vicina affacciata al terrazzo, le ho urlato un bel buongiorno, così, tanto perchè fosse chiaro che di lei e di quello che pensa non me ne fotte tanto e salutare chi ti vive vicino senza continuare a spiarlo da dietro le tende (perchè la vicina fa anche questo: mi spia da dietro le tende di casa sua) con gli occhi pieni di…boh…di cosa? Come si chiama quell’atteggiamenteo guardingo e preoccupato di chi vede qualcosa di nuovo e non ne è felice? Ignoranza l’ho già detto, accetto suggerimenti, comunque dicevo: salutare chi ti vive accanto, altro non è che un segno di educazione. Punto. Poi non ci dobbiamo per forza salutare sempre e magari chiacchierare come dei vecchi amici che non saremo mai. Rispetto. Punto. L’astio io lo conservo per i nemici mortali (e credetemi, ne ho). E se per caso saluti e non vieni ricambiato, ci riprovi, perchè forse la gente non ti ha sentito. La butto lì eh! Poi io, ormai si sarà capito, SONO UNA MERDA quindi le mie parole vanno prese con le pinze.

Sono tornata a casa dei miei genitori per qualche giorno. Dovevano essere solo tre e sono diventati cinque per via della neve. Non avevo avvisato nessuno del mio arrivo perchè sapevo che non sarei riuscita a vedere tutti, se tutti vogliono essere raggiunti e nessuno muove il culo per venire da me. Che in teoria sono io quella che si spara 100km ogni volta e magari eviterebbe pure di doversi ancora mettere in auto per andare da Tizio, poi da Caio e infine da Sempronio. Nessuno vive vicino agli altri, ma nessuno e troppo lontano da me, ma no, no no, no no no, guai a dire sono qui, mi raggiungete e ci vediamo? NO! Siamo matti? I primi tempi, quando tornavo a casa, passavo le giornate a rincorrere tutti, da un lato all’altro della provincia. Alla fine mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta perchè devo sempre muovere il culo io. Insomma, se avete piacere a rivedermi, dopo mesi e mesi, potete muovervi voi, no? Possiamo incontrarci a metà strada, no? NO! Eh, MA LA MERDA SONO IO. Sono io quella che non si fa ne vedere ne sentire. Che merda che sono. Pure la suocera ci si è messa questa volta, così, tanto per unirsi al gruppo di quelli che vogliono La Disf. ma solo se è lei a raggiungere tutti.

Sono davvero, davvero una merda, perchè a me questa cosa di dover inseguire le persone, non va per nulla a genio. Ho sempre pensato che le persone, quando le vuoi, le cerchi e se vuoi che ci siano sempre, nella tua vita, distanza o no, semplicemente le tratti come tratteresti qualcosa e qualcuno a cui tieni. E se ci tieni cerchi di non deluderlo. E non deluderlo vuol dire anche evitare di dire che vuoi vederlo ma solo se ti raggiunge. Adesso, obbiettivamente, basta. Sono evidentemente in quel periodo dell’anno in cui odio tutti di default, mentre i gatti vanno in calore, io odio quelli della mia specie, e la vicina guardona, non mi aiuta, i tre eunuchi con cui lavoro, non mi aiutano, lo stipendio base part time, non mi aiuta, nemmeno l’unica “amica” che ho qui mi aiuta, ora che ho scoperto pure quanto è pettegola. Non mi aiutano il freddo, al neve e la pioggia, o il gatto che ha pensato bene di scappare e non tornare per tre giorni mentre io non c’ero.

E anche se domani è la festa della donna, di festeggiare non se ne parla proprio.

Festeggerò quando finalmente ci sarà il sole e potrò mettermi fuori a prendere la tintarella nel mio cortile. Mentre la vicina mi spia, ovvio. Da vera merda…

Cover 

Ho il garage pieno di scatoloni. Non ricordavo di essere così ordinata, su ognuna c’è scritto esattamente il contenuto. Una vita intera, in quelle scatole, quella vita che non ho più. E non è solo per le foto che non faccio piu’, o per le persone che ormai sono lontane, ma più che altro per quella me stessa che scriveva “Frizzi e lazzi e compagnia bella” sulla scatola degli addobbi di Natale. 

ADDOBBI CHE NON RICORDAVO DI AVERE!

No giuro. Io son qui che cerco di fare la poetica del ricordo, ma in realtà ho passato il pomeriggio a chiedermi quanta cazzo di roba ho. Avevo. Abbiamo. Insomma, siamo un po’ degli accumulatori seriali, sopratutto di roba di elettronica. Accumulatori nerd insomma. Roba tipo sei o sette tastiere e mouse, non so quanti cavi ethernet e HDMI, CD e DVD di videogiochi e.. che già nella casa nuova sono entrate due (DUE Eh) console e ancora non ho capito come sia successo. Ho ritrovato scarpe che non sapevo di avere e so già che trovero’ ancora vestiti. 

Due anni fa, durante il grande trasloco, avevo dovuto scegliere cosa portare qui, dove la situazione era temporanea, come del resto il lavoro e l’appartamento.Ho vissuto 2 anni e mezzo come dentro ad una scatola, senza spazio. Io che stavo sempre fuori ma che amavo la casa, l’ordine e personalizzare tutto. Bloccata. Finalmente sono libera, almeno in quello. Almeno una parte di me l’ho recuperata (insieme ad un paio di stivali che adoravo e che mi sono mancati un casino). 

Alla fine la me stessa di qui è solo una versione rivisitata, un adattamento, una cover dell’originale, ma comunque non è male. Questa cover ha aperto le scatole della sua vita e non ha versato una lacrima. Brava.

Le foto di una vita insieme che non piacciono più, dove io sembro una bambina e lui… beh, lui e’ molto meglio adesso.

“Amore cosa dici, questa foto tua la appendiamo o ne facciamo un’altra adesso che sei dimagrito?”

– “Butta via quella roba!”

Bene. Anche la sua, di cover, non è male. Tanto se lo scorda che butto via le foto. Anzi, non vedo l’ora di riempire le pareti e di rifarmi di questi due anni e mezzo di prigionia, durante i quali, se sono sopravvissuta, lo devo al mio carattere di merda, al mio lavoro, ai soldi che ne ricavo e alla persona che mi ha permesso di scrivere questo post dal MOLESKINE SMART WRITING SET. Solo lui poteva studiarsi il modo di farmi avere una cosa che non mi serve ma che è troppo bella per non giocarci. Ed è una metafora che preferisco continuare a capire solo io…